martedì 26 agosto 2014

Corso Pratico di Hindi e Urdu

Ciao a tutti,

sto preparando un corso pratico di hindi e urdu, in italiano, semplice e accessibile a tutti, anche a chi non abbia una preparazione specifica in linguistica, e che non conosca necessariamente altre lingue.

Per ora sono pronte le prime due unità. Se volete sbirciare un po' lo stato di avanzamento dei lavori, eccone un assaggino...

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Corso pratico di hindi e urdu

 


Sinossi dei contenuti

 

·         Introduzione al volume

 

·         Unità 1: “Ciao, come stai? Come ti chiami?”

·         Saluti convenevoli e presentazioni; i pronomi personali e il verbo essere

 

·         Unità 2: “Dove abiti e che lavoro fai?”

·         Descrivere la propria routine; il presente semplice del verbo; le posposizioni semplici; l’imperativo

 

·         Unità 3: “La tua famiglia è numerosa?”

·         Parlare della famiglia e della casa; la declinazione dei sostantivi, degli aggettivi e dei pronomi; come rendere il verbo avere

 

·         Unità 4: “Beviamo un tè”

·         Parlare di cibi e bevande; le posposizioni composte

 

·         Unità 5: “Cosa desidera?”

·         Fare acquisti; i verbi servili volere e dovere

 

·         Unità 6: “Come si dice?”

·         Parlare delle lingue straniere; il verbo potere, il presente progressivo

 

·         Unità 7: “Passatempi e interessi”

·         Parlare delle attività del tempo libero; l’imperfetto del verbo

 

·         Unità 8: “Quando partirai?”

·         Parlare di viaggi e programmi futuri; il futuro e il congiuntivo del verbo

 

·         Unità 9: “Non mi sento molto bene”

·         Parlare della propria salute; i tempi del passato

 

·         Unità 10: “Arrivederci a presto”

·         Le costruzioni verbali particolari

 

·         Chiavi degli esercizi

·         Vocabolario Italiano – Hindi/Urdu

·         Glossario tematico (casa, cibo, abbigliamento, eccetera) Hindi/Urdu – Italiano

·         Appendice 1: I numeri

·         Appendice 2: I nomi di parentela

·         Appendice 3: Il calendario

·         Appendice 4: Compendio grammaticale

·         Appendice 5: Introduzione alla scrittura hindi

·         Appendice 6: Introduzione alla scrittura urdu

·         Indice analitico


 

 

 

Introduzione


 

Due parole sul corso


 

Benvenuti a questo corso di lingua, primo nel suo genere in lingua italiana, che vi permetterà di avvicinarvi, senza troppa fatica, a due lingue contemporaneamente.

Se per motivi di studio, turismo, lavoro avete bisogno di imparare l’hindi e l’urdu colloquiale (ed essere così in grado di comunicare con circa mezzo miliardo di persone al mondo), questo è il corso che fa per voi. Studiando scrupolosamente le 10 unità che lo compongono, potrete raggiungere un livello intermedio di conoscenza, in altre parole sarete in grado di sostenere una conversazione semplice, su argomenti quotidiani con amici, parenti, vicini di casa e colleghi di lavoro. Non si presuppone che abbiate alcuna conoscenza pregressa dell’hindi o dell’urdu, né tanto meno di nozioni di linguistica o d’inglese. Si tratta insomma di un corso per neofiti assoluti.

Sulle due lingue cui questo manuale è dedicato esistono vari titoli, numerosi in inglese, svariati ormai anche in italiano. Ci si potrebbe chiedere dunque quale sia l’esigenza dell’ennesimo libro. Innanzitutto pare opportuno affrancarsi finalmente dalla schiavitù dello studio di una lingua per mezzo di un'altra. Insomma, sebbene l’inglese sia una moderna lingua veicolare universalmente riconosciuta, il lettore italiano dovrebbe potersi accostare ad altre lingue nella propria lingua madre, senza dover utilizzare testi concepiti per un pubblico anglofono.

In secondo luogo, benché esistano ormai diversi volumi (fra grammatiche e corsi), anche autorevoli, scritti in italiano, relativi all’hindi e all’urdu, essi ci paiono francamente non del tutto appropriati a lettori che non abbiano interessi squisitamente accademici.

Vi chiederete come sia possibile apprendere due lingue allo stesso tempo? Affrontando questo corso scoprirete che hindi e urdu hanno moltissimo in comune. Sebbene siano caratterizzate da sistemi di scrittura diversissimi e il loro vocabolario colto non coincida, esse condividono la stessa grammatica e lo stesso lessico di base. Questo significa che il principiante che voglia cimentarsi con un’introduzione alla lingua parlata potrà comunicare con successo sia in una lingua, sia nell’altra.

Il corso presenterà questo nucleo linguistico comune utilizzando i caratteri latini, mentre apposite appendici saranno dedicate ai due sistemi di scrittura. Questo potrà far storcere un po’ il naso ad accademici e puristi, i quali riterranno, a ragione, che l’identità linguistica dell’hindi e dell’urdu sia definita anche dai rispettivi sistemi grafici. Ci è parso tuttavia opportuno dare la possibilità di apprendere i rudimenti di tali lingue anche a coloro che non intendono cimentarsi con la scrittura per i più svariati motivi. Quanti fossero interessati alla scrittura devanagari dell’hindi, a quella arabo-persiana dell’urdu, o – perché no? – a entrambe, non avranno troppe difficoltà nell’affrontare (parallelamente al corso principale) lo studio della scrittura, grazie alle due appendici.

 

Come affrontare il corso


 

Il corso si compone di dieci unità che presentano tutte le strutture di base e il lessico fondamentale. Ogni lezione contiene vari dialoghi, che costituiscono il momento fondante del corso: i dialoghi permettono infatti l’acquisizione del vocabolario, fattore di importanza fondamentale nell’acquisizione di una lingua straniera.

 

I vocaboli sono i mattoni di cui è costruita la lingua, la grammatica (morfologia e sintassi) rappresenta la malta che li tiene insieme; tutti gli altri accessori dell’edificio, invece, sono rappresentati da espressioni, frasi idiomatiche, modi di dire e proverbi. È evidente che tutto serve nella struttura dell’edificio linguistico, ma non ci stancheremo mai di ripetere che i mattoni sono l’elemento imprescindibile nell’apprendimento di una lingua. In altre parole, con una scarsa conoscenza della grammatica possiamo comunque riuscire a comunicare seppure in maniera non corretta, mentre anche se conosciamo molto bene le strutture grammaticali, ma il nostro vocabolario è scarso, non potremo comunque utilizzare la lingua a scopi pratici, non potremo affrontare la routine quotidiana, ma al limite solo disquisire di modi e tempi verbali con amici linguisti, magari sorseggiando un tè indiano. Questo, però, non è esattamente il fine ultimo di un corso di lingua “pratico”.

 

Ogni dialogo è seguito da un vocabolario contenente tutte le parole nuove da imparare (per comodità un vocabolario con tutti i termini utilizzati nel corso è presente anche alla fine del volume) e da una sezione con le necessarie note di pronuncia e di grammatica.

 

Idealmente, il lavoro sul dialogo prevede le seguenti fasi:

1)        Lettura dell’introduzione in italiano per avere tutto il contesto necessario alla comprensione;

2)        Primo ascolto senza guardare il testo per acquisire familiarità con i suoni della lingua;

3)        Secondo ascolto seguendo con lo sguardo il testo in caratteri latini, per associare suoni e segni;

4)        Lettura del vocabolario e delle note di pronuncia e di grammatica;

5)        Terzo ascolto del testo, frase per frase, ripetendo ciascuna battuta a voce alta dopo aver ascoltato il modello della registrazione;

6)        Ulteriore ascolto, senza leggere il testo, effettuato a distanza di tempo (ad esempio il giorno successivo), per assicurarsi che la comprensione sia perfetta o quasi. In caso di dubbi o incertezze, lo studio dell’unità o della sezione dovrà essere ripetuto prima di proseguire.

Il corso inizia immediatamente con un dialogo reale. Non ci sono sezioni introduttive dedicate all’apprendimento dei sistemi di scrittura propri dell’hindi e dell’urdu e alla fonetica. Chiunque abbia provato a cimentarsi con lo studio di una lingua “esotica”, non scritta in caratteri latini, sa bene quanto sia frustrante non poter iniziare subito a parlare. Questa è la ragione per cui si è optato, in questo caso, per l’uso dei caratteri latini dall’inizio alla fine del corso. La trascrizione è assolutamente non scientifica, proprio perché si vuole permettere a chi non abbia dimestichezza con lo studio delle lingue e della fonetica di avvicinarsi all’hindi e all’urdu nel modo meno traumatico possibile. Ciò è reso possibile anche dalla relativa semplicità dei fonemi indiani, che possono essere riprodotti con poca fatica da parlanti di madrelingua italiana. Le particolarità della pronuncia saranno introdotte gradualmente, lezione per lezione, man mano che si incontreranno i suoni più peculiari di queste lingue.

Il subcontinente indiano è caratterizzato da una straordinaria pluralità linguistica e non avrebbe molto senso cercare di presentare in un manuale del genere altre lingue indiane (alcune sono estremamente diverse da quelle di cui ci occupiamo). Data la presenza all’interno dei confini nazionali italiani di una nutrita comunità punjabi, però, è parso opportuno inserire alcuni riquadri, intitolati “varianti locali”, volti a introdurre alcune caratteristiche distintive della lingua punjabi (tanto indiana che pakistana) che miglioreranno di sicuro la capacità di comprensione orale dello studente di hindi e urdu, spesso spiazzato da una pronuncia di queste lingue influenzata da un accento punjabi.

Ciascuna unità si conclude con alcuni esercizi volti all’acquisizione, al consolidamento e all’approfondimento delle strutture apprese, nonché con una  sezione di cultura, che chiude ogni unità e si intitola “Qualcosa in più”, certamente gradita a coloro che vogliano saperne di più sul subcontinente indiano, non solo a livello linguistico, perché magari devono affrontare un viaggio di lavoro, andare in vacanza in India, interagire con persone di nazionalità indiana o pakistana presenti in Italia, sostenere un esame, o semplicemente per interesse e curiosità personali.

Il volume è corredato dalle chiavi degli esercizi (con le traduzioni in italiano di tutti i testi del corso), da un vocabolario sintetico, con lemmi organizzati anche per famiglie semantiche (ad esempio la casa, la famiglia, il cibo, eccetera) per facilitare lo studio e il ripasso, e da una serie di appendici (i numeri, i termini indicanti la parentela, il calendario, un compendio di grammatica, e un’introduzione alla scrittura sia hindi che urdu).


7)                  

Unità 1 – Saluti, convenevoli e presentazioni


 

I saluti, sia in hindi che in urdu, non dipendono dal momento della giornata (come ad esempio gli italiani buongiorno, buonasera, buonanotte), ma dall’affiliazione religiosa degli interlocutori. Hindu, musulmani e sikh utilizzano quindi espressioni diverse. Da stranieri, dovremmo utilizzare il saluto appropriato a seconda della comunità a cui il nostro interlocutore appartiene. Se due o più persone appartengono a gruppi religiosi diversi, si utilizzerà il saluto tipico della comunità religiosa della persona alla quale si vuole portare rispetto (la persona più anziana, un superiore sul lavoro, una persona a cui si fa visita, eccetera). L’uso dell’inglese cava da ogni impaccio, in caso di dubbio!

 

Dialogo 1 – I saluti in hindi


 

Navneet –       namaste Valerio jì.

Valerio –         namaste, Navneet bhàì, kyà hàl hè?

Navneet –       mèN Thìk hùN, dhanyavàd. òr àp kà kyà hàl hè?

Valerio –         mèN bhì Thìk hùN.

 

Vocabolario


 

namaste         i miei rispetti (saluto indù)

                     suffisso onorifico

bhàì                fratello

kyà                 che, che cosa, quale

hàl                  stato, condizione

                   è

mèN               io

Thìk               bene, buono, corretto

hùN                sono

dhanyavàd     grazie (hindi)

òr                    e

àp                   Lei (onorifico)

                   di

àp kà              Suo (onorifico), di Lei

bhì                  anche

 

Note di pronuncia


La nostra trascrizione


La nostra trascrizione in caratteri latini è assolutamente (e volutamente) non scientifica. L’obiettivo di questa scelta è quello di rendere l’apprendimento dei suoni meno gravoso e più spontaneo possibile per gli studenti italiani. Dove non specificato, vocali e consonanti suonano all’incirca come le corrispondenti lettere italiane. Non abbiamo mai utilizzato maiuscole dopo il punto e all’inizio della frase: questo perché quando le maiuscole sono utilizzate, esse rappresentano suoni particolari. Fanno eccezione i nomi propri di persona e di luogo (eventualmente seguiti, se particolarmente problematici, dalla pronuncia fra parentesi). Eventuali prestiti inglesi comunemente usati in hindi e in urdu saranno utilizzati nella nostra trascrizione secondo l’ortografia inglese originale ed evidenziati dal carattere corsivo. Se necessario (qualora la pronuncia indiana di tali termini presenti particolari difficoltà) saranno seguiti dalla pronuncia “all’indiana” tra parentesi, indicata secondo le nostre convenzioni.

 

Le consonanti aspirate


Varie lingue indiane (fra cui l’hindi e l’urdu) sono caratterizzate dall’esistenza di consonanti aspirate. Non stiamo parlando qui del suono dell’h aspirata (come nell’inglese hello), che pure esiste (come ad esempio nella voce verbale hè), ma di consonanti presenti anche in italiano (come la b o la d) che in hindi e in urdu hanno una doppia versione: semplice (con pronuncia uguale rispetto all’italiano) e aspirata, anche se sarebbe meglio chiamarla “esplosiva”, perché si fa seguire alla consonante un piccolo sbuffo di aria. È molto importante far sentire la differenza tra i suoni semplici e quelli aspirati, anche quando possiamo aver l’impressione che i parlanti madrelingua siano i primi a non enfatizzarla adeguatamente in un parlato spontaneo particolarmente rilassato. Per verificare che state pronunciando correttamente le consonanti aspirate mettete un foglio di carta davanti alla bocca e provate a dire bhàì o bhì.

 

L’uso degli accenti nella nostra trascrizione


Anche l’uso degli accenti nella nostra trascrizione è non scientifico. Per le tre vocali a, i, u, che hanno una versione breve e una versione lunga, l’accento serve a indicare la versione lunga. Quindi à suona più o meno come aa, ì come ii, e ù come uu.

Le vocali è e ò, invece, indicano i suoni vocalici aperti contrapposti alle vocali e ed o chiuse. Quindi “è” suona come nella vocale finale di cioè, mentre “e” suona come la finale di “perché”, mentre “ò” suona come la finale di “però” ed “o” come nella parola “solo”. àp suona quindi come aap e bhàì come bhaaii.

 

L’uso delle maiuscole nella nostra trascrizione


Le lettere maiuscole utilizzate nella nostra trascrizione hanno un significato molto preciso. La T maiuscola, ad esempio, rappresenta una t retroflessa o cacuminale, cioè pronunciata con la punta della lingua piegata all’indietro, che tocca non i denti, ma il palato. Il risultato dovrebbe essere simile alla t della parola inglese train. Una pronuncia simile si trova anche nel gruppo “tr” pronunciato con accento siciliano.

La N maiuscola, invece, rappresenta la nasalizzazione della vocale precedente. In altri manuale viene indicata con il segno ~ (tilde) posto sulla vocale nasalizzata. Qui, però, si è preferito, per comodità grafica, indicare questa particolare coloritura nasale della vocale con una semplice N maiuscola. Il lettore abbia qui l’accortezza di non pronunciare una vera e propria n, ma di dare semplicemente una risonanza nasale alla vocale precedente, proprio come avviene in francese e in portoghese.

 

Grammatica


 

La struttura della frase


Hindi e urdu sono lingue caratterizzate da una struttura della frase un po’ diversa rispetto all’italiano. L’ordine normale degli elementi è questo:

 

Soggetto – Oggetto – Verbo

 

“Io sto bene” si dirà quindi: io bene sto = mèN Thìk hùN

Utilizzando il pronome di prima persona singolare, mèN (io), e la forma corrispondente del verbo essere, hùN (sono), è già possibile formulare delle brevi frasi utili per presentarsi, come ad esempio:

 

mèN Ram hùN = io sono Ram (lett.: io Ram sono)

 


Varianti locali
bhì, che significa anche, segue sempre l’elemento a cui si riferisce. In punjabi la stessa parola si pronuncia . Anche io, quindi, diventa “mèN vì”. Attenzione a riconoscerlo quando parlate con una persona di madrelingua punjabi!
 



 

 

 

 

 

 


Dialogo 2 – I saluti in urdu


 

Questa volta le persone che si salutano sono musulmane e le espressioni utilizzate sono più propriamente tipiche della lingua urdu, che – a torto o a ragione – è considerata la lingua dei musulmani del subcontinente indiano per eccellenza.

 

Asghar –          assalàm alèkum, janàb!

Ahmed –         valèkum assalàm, Asghar bhàì. kyà hàl hè?

Asghar –          mèN Thìk hùN òr àp kèse hèN?

Ahmed –         mèN bhì Thìk hùN.

 

Vocabolario


 

assalàm alèkum       saluto arabo usato dai musulmani (lett.: la pace sia su di voi)

valèkum assalàm      risposta ad assalàm alèkum (lett.: e su di voi sia la pace)

janàb                          epiteto formale (urdu) usato per rivolgersi ad una persona a cui si porta rispetto

kèse                           come

hèN                            forma plurale del verbo essere/stare

kèse hèN?                 come sta? (onorifico)

 


Varianti locali
Anche se non è forse il caso di imparare una conversazione completa in lingua punjabi (per quello ci vorrebbe un corso completo!), vale comunque la pena di sapere che il saluto utilizzato dalla comunità sikh (originaria per lo più del Punjab indiano) utilizza il saluto sat srì akàl (lett.: eterno è il Dio vero), spesso seguito dalla particella (sat srì akàl jì). Si risponde ripetendo la stessa cosa. I punjabi musulmani utilizzano le stesse espressioni tipiche dell’urdu.
 

 

 

 

 

 

 

 


Dialogo 4 – Altri saluti per incontro e commiato


 

In questo dialogo Ahmed incrocia Asghar fuori dal suo ufficio. Asghar sta uscendo dall’edificio.  I due utilizzano espressioni tipiche dell’urdu più formale. Anche Tanya, una ragazza indù, che lavora in ufficio, vede Asghar e gli dice “arrivederci”.

 

Ahmed -          àdàb arz hè, janàb.

Asghar -          àdàb arz. kèse mizàj hèN, Ahmed sàhab?

Ahmed -          àp kì duà hè. òr àp kà kyà hàl hè?

Asghar -          Thìk hè, mèN ghar jà rahà hùN.

Ahmed -          acchhà, khudà hàfiz.

Asghar -          khudà hàfiz.

Tanya -            phir mileNge, Asghar sàhab.

 

Vocabolario


 

àdàb arz (hè)                        saluto urdu (lett.: presento i miei rispetti)

mizàj (m. pl.)             temperamento, disposizione, salute (urdu)

sàhab                         signore (urdu)

duà (f.)                       preghiera (urdu)

àp kì duà hè              è la sua preghiera (sottinteso “che mi tiene in buona salute”)

ghar (m.)                    casa

jà rahà hùN               sto andando

acchhà                       bene, buono (anche come intercalare o per esprimere sorpresa)

khudà                        Dio (urdu)

khudà hàfiz               arrivederci (urdu, lett.: Dio ti protegga)

phir mileNge                       arrivederci (hindi e urdu, lett.: ci incontreremo poi)

 

Note di pronuncia


Il suono j


 

Nella nostra trascrizione, la consonante scritta con la j ha sempre il suono della g della parola italiana gelo, in altre parole, suona come nel nome inglese John.

Il suono g


Nella nostra trascrizione, la consonante scritta con la g ha sempre il suono della g della parola italiana gatto, in altre parole, non è palatale (dolce), ma velare (aspra), anche di fronte a “i” ed “e”. mileNge si pronuncia quindi mileNghe.

La sequenza kh (sottolineata)


Il suono consonantico kh è sottolineato perché ha una pronuncia un po’ speciale. Originariamente è un suono tipico della lingua urdu, presente solo in parole prese in prestito dal persiano e dall’arabo ed equivale a un raschio di gola. Tecnicamente si tratta di una consonante velare fricativa sorda: velare perché si articola dove finisce il palato (velo), fricativa perché è prodotta dalla frizione dell’aria con l’ugola, sorda perché le corde vocali non producono alcuna risonanza. In hindi, spesso, questo suono urdu un po’ atipico si riduce a k, oppure a kh, cioè una k seguita dal solito sbuffo d’aria. Ascoltate bene la pronuncia nella traccia audio corrispondente oppure fatevi aiutare da un parlante madrelingua.

 

Grammatica


Uno sguardo completo alle forme di saluto


Abbiamo già visto che il saluto tipico utilizzato dalle persone appartenenti alla comunità indù è namaste. namaste diventa più formale quando è seguito dalla particella onorifica . Una variante ancor più formale è namaskàr. Tutti significano “i miei rispetti” e derivano dal sanscrito. I saluti indù sono spesso accompagnati dal gesto di congiungere le mani portandole davanti al petto.

L’urdu utilizza spessissimo il saluto arabo assalàm alèkum (la pace sia su di voi), al quale si risponde normalmente va alèkum assalàm (e su di voi sia la pace). àdàb arz (con o senza ) è un saluto molto formale, che ancora una volta può essere tradotto come “presento i miei rispetti”. Non è confessionale (nel senso che potrebbe essere utilizzato da persone di religione non musulmana, a differenza di assalàm alèkum), tuttavia è tipico dell’urdu più raffinato e usato soprattutto in grandi centri di cultura islamica come il Kashmir, Lucknow e Hyderabad in India.

Per il commiato, i musulmani utilizzano molto l’espressione persiana khudà hàfiz, che significa letteralmente Dio protettore (cioè, Dio ti protegga). Talvolta viene usata anche l’espressione allàh hàfiz, in cui il termine persiano khudà è sostituito dall’arabo allàh. I saluti musulmani sono generalmente accompagnati dal gesto di portare la mano destra alla fronte.

Arrivederci può essere tradotto anche con phir mileNge (che significa lett.: ci incontreremo poi), che viene utilizzato invariabilmente da indù, musulmani e sikh.

Dialogo 4 – Rivolgersi a una donna


 

In questo dialogo Navneet si rivolge a Soniya. Entrambi sono indù e utilizzano espressioni tipiche dell’hindi. Navneet conosce bene Soniya, che è più giovane di lui, e le si rivolge “dandole del tu”.

 

Navneet –       namaste jì.

Soniya –          namaskàr. kyà hàl hè?

Navneet –       Thìk hè. tum kèsì ho?

Soniya –          mèN Thìk hùN, shukriya.

 

Vocabolario


 

namaskàr      un’alternativa più formale di namaste

kèsì ho?         come stai? (rivolgendosi ad una donna in maniera informale)

shukriyà        grazie (sia hindi che urdu)

 

Grammatica


Maschile e femminile


Hindi e urdu hanno due generi, come in italiano: maschile e femminile. Non è sempre possibile stabilire il genere di un sostantivo dalla sua forma (quindi bisogna imparare tutte le parole nuove insieme al loro genere), ma possiamo già imparare che una desinenza tipica del maschile è –à, laddove per il femminile troviamo –ì. Vedremo meglio nelle prossime unità quali sono i meccanismi che regolano queste desinenze nel verbo e nel sostantivo. Abbiamo già incontrato l’interrogativo hindi e urdu utilizzato per dire come: si tratta di kèsà. Questa è la sua forma maschile singolare. Per rivolgerci a un uomo e chiedergli “come stai?”, usiamo il maschile plurale kèse. Per una donna, usiamo il plurale kèsì, che non ha una forma plurale distinta.

 

Il verbo essere (prima parte)


L’infinito del verbo in hindi e in urdu è caratterizzato dalla desinenza –nà (proprio come in italiano abbiamo –are, -ere, e –ire). Il verbo essere è honà. Ne abbiamo già viste diverse forme. Ricapitoliamole con i rispettivi pronomi

 

io sono                                                mèN hùN

tu sei/voi siete                                    tum ho

Lei è/voi siete (onorifico)      àp hèN

 

La forma tum è un po’ come you in inglese, cioè si usa sia per il singolare, sia per il plurale. Attenzione, però: anche se plurale è comunque abbastanza confidenziale. Per “dare del Lei”, si utilizza la forma onorifica àp, che può essere anche plurale (si può quindi usare per rivolgersi a più persone in maniera formale).

 

Dialogo 5 – Qual è il tuo nome?


 

Ram e Navneet si incontrano sul treno e si presentano. Navneet è molto più giovane di Ram e quindi si rivolge a quest’ultimo utilizzando le forme onorifiche, mentre Ram parla con Navneet in maniera più confidenziale e informale. Ecco come chiedono e indicano i rispettivi nomi.

 

Ram –             tumhàrà nàm kyà hè?

Navneet –       merà nàm Navneet hè. òr àp kà nàm kyà hè?

Ram –             merà nàm Ram hè.

 

Vocabolario


 

tumhàra         tuo, vostro (informale)

nàm                nome

merà               mio

 

Dialogo 6 – Presentare le cose e le persone


 

Ram e Navneet sono sempre in treno e durante la loro conversazione si ritrovano a parlare di cose e persone. Ram viaggia in compagnia del fratello, Mohan, mentre Navneet ha con sé un libro.

 

Navneet –       ye kòn hèN?

Ram –             ye merà chhoTà bhàì hè, is kà nàm Mohan hè.

Navneet –       namaste, Mohan jì, àp se milkar baRì khushì hùì.

Ram –             batào Navneet, ye kyà hè?

Navneet –       ye merì kitàb hè.

 

Vocabolario


 

ye                                                       questo/a; lui/lei

kòn                                                    chi

chhoTà                                              piccolo, in questo caso minore

is kà                                                   suo

khushì            (f.)                                          piacere

baRì                                                   grande

àp se milkar baRì khushì hùì        è stato un grande piacere conoscerla

batào                                                 di’ (imperativo)

kitàb (f.)                                            libro

 

Note di pronuncia


La doppia h


Nella trascrizione usata in questo libro, troverete spesso la sequenza hh. Questo perché abbiamo scelto di indicare il suono della c palatale o dolce (come nell’italiano cielo) “all’inglese”, con il ch, come nel nome Charlie, questo anche perché la forma ufficiale di molti comuni nomi propri indiani, di persona o di luogo, esprime il suono di c dolce con ch. Come abbiamo visto precedentemente, però, i suoni consonantici in hindi e in urdu hanno spesso una versione aspirata (o esplosiva), cioè con uno sbuffo d’aria emesso dopo che abbiamo pronunciato la consonante. Per indicare questa sequenza particolare (c dolce e poi lo sbuffo d’aria) abbiamo scelto di scrivere “chh”: siamo certi che lo riconoscerete e non vi creerà alcuna difficoltà particolare.

 

Il suono indicato da R (maiuscola)


Nella nostra trascrizione, la R maiuscola indica un suono di r retroflessa, cioè sempre con la punta della lingua rivolta all’indietro rispetto alla posizione assunta per la pronuncia della r italiana. È un suono molto simile a quello della r nella pronuncia veneziana o albanese. Ascoltate la traccia corrispondente oppure fatevi aiutare da un parlante madrelingua per pronunciarla correttamente.

 

Dialogo 7 – oggetti vicini e lontani


 

Ram e Navneet continuano a parlare di alcuni oggetti. Navneet chiede a Ram cosa siano due oggetti. Il primo è l’orologio da polso (ghaRì), l’altro è il cappello (Topì). Il primo è vicino, il secondo è appoggiato su un sedile più distante.

 

Navneet –       Ram jì, ye kyà hè?

Ram –             ye merì ghaRì hè.

Navneet –       òr vo kyà hè?

Ram –             vo merì Topì hè.

 

Vocabolario


 

ghaRì             orologio da polso

Topì               cappello, berretto

Grammatica


I dimostrativi


In italiano gli aggettivi o pronomi dimostrativi sono questo, quello, eccetera. In questo ultimo dialogo abbiamo incontrato il dimostrativo di prossimità ye, corrispondente all’italiano “questo” e il dimostrativo di lontananza vo, corrispondente all’italiano quello. ye e vo sono invariabili per genere, valgono quindi sia per il maschile che per il femminile. Inoltre, a livello colloquiale, non cambiano neanche al plurale.

Inoltre, come abbiamo visto nel dialogo 5, quando Ram dice “ye merà chhoTà bhàì hè”, i dimostrativi si possono usare anche per indicare le persone: traducono quindi anche il pronome personale di terza persona (singolare e plurale, maschile e femminile). ye Navneet hè si può tradurre quindi sia come “questo è Navneet” che come “lui è Navneet”. Anche in italiano, la differenza di significato è minima.

 

In hindi formale i dimostrativi al singolare sono pronunciati yèhè e vèhè, mentre al plurale si dice ye e ve. In urdu questa distinzione non esiste e la pronuncia comune corrisponde invariabilmente a ye e vo. Questo è tipico della lingua colloquiale sia in hindi che in urdu, ma siate pronti a riconoscere anche le forme alternative tipiche della lingua più corretta dal punto di vista grammaticale.

 

La coniugazione completa del verbo essere


Possiamo finalmente elencare tutti i pronomi personali con le rispettive forme del verbo essere. Eccole con la traduzione italiana e qualche nota:

 

io sono                                    mèN hùN

tu sei                           tù hè (molto informale o intimo)*

                                   tum ho (informale)**

egli/lui è; ella/lei è     ye hè (se la persona è presente o vicina)

                                   vo hè (se la persona è assente o lontana)

                                   ye hèN e vo hèN (se vogliamo esprimere rispetto)

Lei è (onorifico)          àp hèN (valido per una o più persone)**

noi siamo                    ham hèN

voi siete                      tum ho**

essi/esse/loro sono    ye hèN (se le persone sono presenti o vicine)

                                   vo hèN (se le persone sono assenti o lontane)

 

* Non cedete alla tentazione di usare , anche se è così simile all’italiano: si tratta infatti di un pronome talmente informale che potrebbe risultare offensivo. Limitatevi all’alternanza tum/àp.

** In tutti i casi ambigui, in cui un pronome può indicare una o più persone, è possibile chiarire se stiamo parlando di più di un soggetto aggiungendo, dopo il pronome, il termine log, che letteralmente vuol dire “gente, persone”. Quindi, se tum può voler dire sia tu, che voi, tum log vorrà dire senz’altro voi. Lo stesso discorso vale per àp e àp log.

 

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