sto preparando un corso pratico di hindi e urdu, in italiano, semplice e accessibile a tutti, anche a chi non abbia una preparazione specifica in linguistica, e che non conosca necessariamente altre lingue.
Per ora sono pronte le prime due unità. Se volete sbirciare un po' lo stato di avanzamento dei lavori, eccone un assaggino...
* * * * *
Corso
pratico di hindi e urdu
Sinossi
dei contenuti
·
Introduzione al volume
·
Unità 1: “Ciao, come stai? Come ti
chiami?”
·
Saluti convenevoli e presentazioni; i
pronomi personali e il verbo essere
·
Unità 2: “Dove abiti e che lavoro
fai?”
·
Descrivere la propria routine; il
presente semplice del verbo; le posposizioni semplici; l’imperativo
·
Unità 3: “La tua famiglia è numerosa?”
·
Parlare della famiglia e della casa;
la declinazione dei sostantivi, degli aggettivi e dei pronomi; come rendere il
verbo avere
·
Unità 4: “Beviamo un tè”
·
Parlare di cibi e bevande; le
posposizioni composte
·
Unità 5: “Cosa desidera?”
·
Fare acquisti; i verbi servili volere
e dovere
·
Unità 6: “Come si dice?”
·
Parlare delle lingue straniere; il
verbo potere, il presente progressivo
·
Unità 7: “Passatempi e interessi”
·
Parlare delle attività del tempo
libero; l’imperfetto del verbo
·
Unità 8: “Quando partirai?”
·
Parlare di viaggi e programmi futuri;
il futuro e il congiuntivo del verbo
·
Unità 9: “Non mi sento molto bene”
·
Parlare della propria salute; i tempi
del passato
·
Unità 10: “Arrivederci a presto”
·
Le costruzioni verbali particolari
·
Chiavi degli esercizi
·
Vocabolario Italiano – Hindi/Urdu
·
Glossario tematico (casa, cibo,
abbigliamento, eccetera) Hindi/Urdu – Italiano
·
Appendice 1: I numeri
·
Appendice 2: I nomi di parentela
·
Appendice 3: Il calendario
·
Appendice 4: Compendio grammaticale
·
Appendice 5: Introduzione alla
scrittura hindi
·
Appendice 6: Introduzione alla
scrittura urdu
·
Indice analitico
Introduzione
Due parole sul
corso
Benvenuti a questo
corso di lingua, primo nel suo genere in lingua italiana, che vi permetterà di
avvicinarvi, senza troppa fatica, a due lingue contemporaneamente.
Se per motivi di
studio, turismo, lavoro avete bisogno di imparare l’hindi e l’urdu colloquiale
(ed essere così in grado di comunicare con circa mezzo miliardo di persone al
mondo), questo è il corso che fa per voi. Studiando scrupolosamente le 10 unità
che lo compongono, potrete raggiungere un livello intermedio di conoscenza, in
altre parole sarete in grado di sostenere una conversazione semplice, su
argomenti quotidiani con amici, parenti, vicini di casa e colleghi di lavoro.
Non si presuppone che abbiate alcuna conoscenza pregressa dell’hindi o
dell’urdu, né tanto meno di nozioni di linguistica o d’inglese. Si tratta
insomma di un corso per neofiti assoluti.
Sulle due lingue
cui questo manuale è dedicato esistono vari titoli, numerosi in inglese,
svariati ormai anche in italiano. Ci si potrebbe chiedere dunque quale sia
l’esigenza dell’ennesimo libro. Innanzitutto pare opportuno affrancarsi
finalmente dalla schiavitù dello studio di una lingua per mezzo di un'altra. Insomma,
sebbene l’inglese sia una moderna lingua veicolare universalmente riconosciuta,
il lettore italiano dovrebbe potersi accostare ad altre lingue nella propria lingua
madre, senza dover utilizzare testi concepiti per un pubblico anglofono.
In secondo luogo, benché
esistano ormai diversi volumi (fra grammatiche e corsi), anche autorevoli,
scritti in italiano, relativi all’hindi e all’urdu, essi ci paiono francamente non
del tutto appropriati a lettori che non abbiano interessi squisitamente
accademici.
Vi chiederete come
sia possibile apprendere due lingue allo stesso tempo? Affrontando questo corso
scoprirete che hindi e urdu hanno moltissimo in comune. Sebbene siano
caratterizzate da sistemi di scrittura diversissimi e il loro vocabolario colto
non coincida, esse condividono la stessa grammatica e lo stesso lessico di
base. Questo significa che il principiante che voglia cimentarsi con
un’introduzione alla lingua parlata potrà comunicare con successo sia in una
lingua, sia nell’altra.
Il corso presenterà
questo nucleo linguistico comune utilizzando i caratteri latini, mentre apposite
appendici saranno dedicate ai due sistemi di scrittura. Questo potrà far storcere
un po’ il naso ad accademici e puristi, i quali riterranno, a ragione, che
l’identità linguistica dell’hindi e dell’urdu sia definita anche dai rispettivi
sistemi grafici. Ci è parso tuttavia opportuno dare la possibilità di
apprendere i rudimenti di tali lingue anche a coloro che non intendono cimentarsi
con la scrittura per i più svariati motivi. Quanti fossero interessati alla
scrittura devanagari dell’hindi, a quella arabo-persiana dell’urdu, o –
perché no? – a entrambe, non avranno troppe difficoltà nell’affrontare (parallelamente
al corso principale) lo studio della scrittura, grazie alle due appendici.
Come affrontare
il corso
Il corso si compone
di dieci unità che presentano tutte le strutture di base e il lessico
fondamentale. Ogni lezione contiene vari dialoghi, che costituiscono il momento
fondante del corso: i dialoghi permettono infatti l’acquisizione del vocabolario,
fattore di importanza fondamentale nell’acquisizione di una lingua straniera.
I vocaboli sono i mattoni di cui è costruita la lingua,
la grammatica (morfologia e sintassi) rappresenta la malta che li tiene insieme;
tutti gli altri accessori dell’edificio, invece, sono rappresentati da
espressioni, frasi idiomatiche, modi di dire e proverbi. È evidente che tutto
serve nella struttura dell’edificio linguistico, ma non ci stancheremo mai di
ripetere che i mattoni sono l’elemento imprescindibile nell’apprendimento di
una lingua. In altre parole, con una scarsa conoscenza della grammatica
possiamo comunque riuscire a comunicare seppure in maniera non corretta, mentre
anche se conosciamo molto bene le strutture grammaticali, ma il nostro
vocabolario è scarso, non potremo comunque utilizzare la lingua a scopi
pratici, non potremo affrontare la routine quotidiana, ma al limite solo disquisire
di modi e tempi verbali con amici linguisti, magari sorseggiando un tè indiano.
Questo, però, non è esattamente il fine ultimo di un corso di lingua “pratico”.
Ogni dialogo è
seguito da un vocabolario contenente tutte le parole nuove da imparare (per
comodità un vocabolario con tutti i termini utilizzati nel corso è presente anche
alla fine del volume) e da una sezione con le necessarie note di pronuncia e di
grammatica.
Idealmente, il lavoro sul dialogo prevede le seguenti
fasi:
1)
Lettura dell’introduzione in italiano
per avere tutto il contesto necessario alla comprensione;
2)
Primo ascolto senza guardare il testo per
acquisire familiarità con i suoni della lingua;
3)
Secondo ascolto seguendo con lo
sguardo il testo in caratteri latini, per associare suoni e segni;
4)
Lettura del vocabolario e delle note
di pronuncia e di grammatica;
5)
Terzo ascolto del testo, frase per
frase, ripetendo ciascuna battuta a voce alta dopo aver ascoltato il modello
della registrazione;
6)
Ulteriore ascolto, senza leggere il
testo, effettuato a distanza di tempo (ad esempio il giorno successivo), per
assicurarsi che la comprensione sia perfetta o quasi. In caso di dubbi o
incertezze, lo studio dell’unità o della sezione dovrà essere ripetuto prima di
proseguire.
Il corso inizia immediatamente con un dialogo reale. Non
ci sono sezioni introduttive dedicate all’apprendimento dei sistemi di
scrittura propri dell’hindi e dell’urdu e alla fonetica. Chiunque abbia provato
a cimentarsi con lo studio di una lingua “esotica”, non scritta in caratteri
latini, sa bene quanto sia frustrante non poter iniziare subito a parlare.
Questa è la ragione per cui si è optato, in questo caso, per l’uso dei
caratteri latini dall’inizio alla fine del corso. La trascrizione è
assolutamente non scientifica, proprio perché si vuole permettere a chi non
abbia dimestichezza con lo studio delle lingue e della fonetica di avvicinarsi
all’hindi e all’urdu nel modo meno traumatico possibile. Ciò è reso possibile
anche dalla relativa semplicità dei fonemi indiani, che possono essere
riprodotti con poca fatica da parlanti di madrelingua italiana. Le
particolarità della pronuncia saranno introdotte gradualmente, lezione per
lezione, man mano che si incontreranno i suoni più peculiari di queste lingue.
Il subcontinente indiano è caratterizzato da una
straordinaria pluralità linguistica e non avrebbe molto senso cercare di
presentare in un manuale del genere altre lingue indiane (alcune sono
estremamente diverse da quelle di cui ci occupiamo). Data la presenza
all’interno dei confini nazionali italiani di una nutrita comunità punjabi,
però, è parso opportuno inserire alcuni riquadri, intitolati “varianti locali”,
volti a introdurre alcune caratteristiche distintive della lingua punjabi
(tanto indiana che pakistana) che miglioreranno di sicuro la capacità di
comprensione orale dello studente di hindi e urdu, spesso spiazzato da una
pronuncia di queste lingue influenzata da un accento punjabi.
Ciascuna unità si conclude con alcuni esercizi volti
all’acquisizione, al consolidamento e all’approfondimento delle strutture
apprese, nonché con una sezione di
cultura, che chiude ogni unità e si intitola “Qualcosa in più”, certamente
gradita a coloro che vogliano saperne di più sul subcontinente indiano, non
solo a livello linguistico, perché magari devono affrontare un viaggio di
lavoro, andare in vacanza in India, interagire con persone di nazionalità
indiana o pakistana presenti in Italia, sostenere un esame, o semplicemente per
interesse e curiosità personali.
Il volume è corredato dalle chiavi degli esercizi (con le
traduzioni in italiano di tutti i testi del corso), da un vocabolario sintetico,
con lemmi organizzati anche per famiglie semantiche (ad esempio la casa, la
famiglia, il cibo, eccetera) per facilitare lo studio e il ripasso, e da una
serie di appendici (i numeri, i termini indicanti la parentela, il calendario, un
compendio di grammatica, e un’introduzione alla scrittura sia hindi che urdu).
7)
Unità 1 – Saluti,
convenevoli e presentazioni
I saluti, sia in
hindi che in urdu, non dipendono dal momento della giornata (come ad esempio
gli italiani buongiorno, buonasera, buonanotte), ma dall’affiliazione religiosa
degli interlocutori. Hindu, musulmani e sikh utilizzano quindi espressioni diverse.
Da stranieri, dovremmo utilizzare il saluto appropriato a seconda della
comunità a cui il nostro interlocutore appartiene. Se due o più persone
appartengono a gruppi religiosi diversi, si utilizzerà il saluto tipico della
comunità religiosa della persona alla quale si vuole portare rispetto (la
persona più anziana, un superiore sul lavoro, una persona a cui si fa visita,
eccetera). L’uso dell’inglese cava da ogni impaccio, in caso di dubbio!
Dialogo 1 – I
saluti in hindi
Navneet – namaste Valerio jì.
Valerio – namaste, Navneet bhàì, kyà hàl
hè?
Navneet – mèN Thìk hùN, dhanyavàd. òr àp kà kyà hàl
hè?
Valerio – mèN bhì Thìk hùN.
Vocabolario
namaste i miei rispetti (saluto indù)
jì suffisso onorifico
bhàì fratello
kyà che, che cosa, quale
hàl stato, condizione
hè è
mèN io
Thìk bene, buono, corretto
hùN sono
dhanyavàd grazie (hindi)
òr e
àp Lei (onorifico)
kà di
àp kà Suo (onorifico), di Lei
bhì anche
Note di
pronuncia
La nostra
trascrizione
La nostra
trascrizione in caratteri latini è assolutamente (e volutamente) non
scientifica. L’obiettivo di questa scelta è quello di rendere l’apprendimento
dei suoni meno gravoso e più spontaneo possibile per gli studenti italiani.
Dove non specificato, vocali e consonanti suonano all’incirca come le
corrispondenti lettere italiane. Non abbiamo mai utilizzato maiuscole dopo il
punto e all’inizio della frase: questo perché quando le maiuscole sono
utilizzate, esse rappresentano suoni particolari. Fanno eccezione i nomi propri
di persona e di luogo (eventualmente seguiti, se particolarmente problematici,
dalla pronuncia fra parentesi). Eventuali prestiti inglesi comunemente usati in
hindi e in urdu saranno utilizzati nella nostra trascrizione secondo l’ortografia
inglese originale ed evidenziati dal carattere corsivo. Se necessario (qualora
la pronuncia indiana di tali termini presenti particolari difficoltà) saranno
seguiti dalla pronuncia “all’indiana” tra parentesi, indicata secondo le nostre
convenzioni.
Le consonanti
aspirate
Varie lingue
indiane (fra cui l’hindi e l’urdu) sono caratterizzate dall’esistenza di
consonanti aspirate. Non stiamo parlando qui del suono dell’h aspirata (come
nell’inglese hello), che pure esiste (come ad esempio nella voce verbale
hè), ma di consonanti presenti anche in italiano (come la b o la d) che in
hindi e in urdu hanno una doppia versione: semplice (con pronuncia uguale
rispetto all’italiano) e aspirata, anche se sarebbe meglio chiamarla “esplosiva”,
perché si fa seguire alla consonante un piccolo sbuffo di aria. È molto
importante far sentire la differenza tra i suoni semplici e quelli aspirati,
anche quando possiamo aver l’impressione che i parlanti madrelingua siano i
primi a non enfatizzarla adeguatamente in un parlato spontaneo particolarmente
rilassato. Per verificare che state pronunciando correttamente le consonanti
aspirate mettete un foglio di carta davanti alla bocca e provate a dire bhàì
o bhì.
L’uso degli
accenti nella nostra trascrizione
Anche l’uso degli
accenti nella nostra trascrizione è non scientifico. Per le tre vocali a, i, u,
che hanno una versione breve e una versione lunga, l’accento serve a indicare
la versione lunga. Quindi à suona più o meno come aa, ì come ii, e ù come uu.
Le vocali è e ò,
invece, indicano i suoni vocalici aperti contrapposti alle vocali e ed o
chiuse. Quindi “è” suona come nella vocale finale di cioè, mentre “e” suona
come la finale di “perché”, mentre “ò” suona come la finale di “però” ed “o”
come nella parola “solo”. àp suona quindi come aap e bhàì come
bhaaii.
L’uso delle
maiuscole nella nostra trascrizione
Le lettere
maiuscole utilizzate nella nostra trascrizione hanno un significato molto
preciso. La T maiuscola, ad esempio, rappresenta una t retroflessa o cacuminale,
cioè pronunciata con la punta della lingua piegata all’indietro, che tocca non
i denti, ma il palato. Il risultato dovrebbe essere simile alla t della parola
inglese train. Una pronuncia simile si trova anche nel gruppo “tr”
pronunciato con accento siciliano.
La N maiuscola,
invece, rappresenta la nasalizzazione della vocale precedente. In altri manuale
viene indicata con il segno ~ (tilde) posto sulla vocale nasalizzata. Qui,
però, si è preferito, per comodità grafica, indicare questa particolare coloritura
nasale della vocale con una semplice N maiuscola. Il lettore abbia qui
l’accortezza di non pronunciare una vera e propria n, ma di dare semplicemente
una risonanza nasale alla vocale precedente, proprio come avviene in francese e
in portoghese.
Grammatica
La struttura
della frase
Hindi e urdu sono
lingue caratterizzate da una struttura della frase un po’ diversa rispetto
all’italiano. L’ordine normale degli elementi è questo:
Soggetto – Oggetto
– Verbo
“Io sto bene” si
dirà quindi: io bene sto = mèN Thìk hùN
Utilizzando il
pronome di prima persona singolare, mèN (io), e la forma corrispondente
del verbo essere, hùN (sono), è già possibile formulare delle brevi
frasi utili per presentarsi, come ad esempio:
mèN Ram hùN = io sono Ram
(lett.: io Ram sono)
|
Varianti locali
bhì, che significa anche, segue sempre l’elemento a cui
si riferisce. In punjabi la stessa parola si pronuncia vì. Anche io,
quindi, diventa “mèN vì”. Attenzione a riconoscerlo quando parlate
con una persona di madrelingua punjabi!
|
Dialogo 2 – I
saluti in urdu
Questa volta le
persone che si salutano sono musulmane e le espressioni utilizzate sono più
propriamente tipiche della lingua urdu, che – a torto o a ragione – è
considerata la lingua dei musulmani del subcontinente indiano per eccellenza.
Asghar – assalàm alèkum,
janàb!
Ahmed – valèkum assalàm, Asghar
bhàì. kyà hàl hè?
Asghar – mèN Thìk hùN òr àp
kèse hèN?
Ahmed – mèN bhì Thìk hùN.
Vocabolario
assalàm alèkum saluto arabo usato dai musulmani (lett.: la
pace sia su di voi)
valèkum assalàm risposta ad assalàm alèkum (lett.: e su di
voi sia la pace)
janàb epiteto
formale (urdu) usato per rivolgersi ad una persona a cui si porta rispetto
kèse come
hèN forma
plurale del verbo essere/stare
kèse hèN? come sta? (onorifico)
|
Varianti locali
Anche se non è
forse il caso di imparare una conversazione completa in lingua punjabi (per
quello ci vorrebbe un corso completo!), vale comunque la pena di sapere che
il saluto utilizzato dalla comunità sikh (originaria per lo più del Punjab
indiano) utilizza il saluto sat srì akàl (lett.: eterno è il Dio
vero), spesso seguito dalla particella jì (sat srì akàl jì).
Si risponde ripetendo la stessa cosa. I punjabi musulmani utilizzano le stesse
espressioni tipiche dell’urdu.
|
Dialogo 4 – Altri saluti per incontro e
commiato
In questo dialogo Ahmed incrocia Asghar fuori dal suo ufficio. Asghar sta
uscendo dall’edificio. I due utilizzano
espressioni tipiche dell’urdu più formale. Anche Tanya, una ragazza indù, che
lavora in ufficio, vede Asghar e gli dice “arrivederci”.
Ahmed - àdàb arz hè, janàb.
Asghar - àdàb arz. kèse mizàj
hèN, Ahmed sàhab?
Ahmed - àp kì duà hè. òr àp
kà kyà hàl hè?
Asghar - Thìk hè, mèN ghar jà
rahà hùN.
Ahmed - acchhà, khudà
hàfiz.
Asghar - khudà hàfiz.
Tanya
- phir mileNge, Asghar
sàhab.
Vocabolario
àdàb arz (hè) saluto
urdu (lett.: presento i miei rispetti)
mizàj (m. pl.) temperamento,
disposizione, salute (urdu)
sàhab signore
(urdu)
duà (f.) preghiera (urdu)
àp kì duà hè è la
sua preghiera (sottinteso “che mi tiene in buona salute”)
ghar (m.) casa
jà rahà hùN sto
andando
acchhà bene, buono
(anche come intercalare o per esprimere sorpresa)
khudà Dio
(urdu)
khudà hàfiz arrivederci
(urdu, lett.: Dio ti protegga)
phir mileNge arrivederci
(hindi e urdu, lett.: ci incontreremo poi)
Note di pronuncia
Il suono j
Nella nostra
trascrizione, la consonante scritta con la j ha sempre il suono della g della
parola italiana gelo, in altre parole, suona come nel nome inglese John.
Il suono g
Nella nostra
trascrizione, la consonante scritta con la g ha sempre il suono della g della
parola italiana gatto, in altre parole, non è palatale (dolce), ma velare
(aspra), anche di fronte a “i” ed “e”. mileNge si pronuncia quindi mileNghe.
La sequenza kh
(sottolineata)
Il suono
consonantico kh è sottolineato perché ha una pronuncia un po’
speciale. Originariamente è un suono tipico della lingua urdu, presente solo in
parole prese in prestito dal persiano e dall’arabo ed equivale a un raschio di
gola. Tecnicamente si tratta di una consonante velare fricativa sorda: velare
perché si articola dove finisce il palato (velo), fricativa perché è prodotta
dalla frizione dell’aria con l’ugola, sorda perché le corde vocali non
producono alcuna risonanza. In hindi, spesso, questo suono urdu un po’ atipico
si riduce a k, oppure a kh, cioè una k seguita dal solito
sbuffo d’aria. Ascoltate bene la pronuncia nella traccia audio corrispondente
oppure fatevi aiutare da un parlante madrelingua.
Grammatica
Uno sguardo completo alle forme di
saluto
Abbiamo già visto
che il saluto tipico utilizzato dalle persone appartenenti alla comunità indù è
namaste. namaste diventa più formale quando è seguito dalla
particella onorifica jì. Una variante ancor più formale è namaskàr.
Tutti significano “i miei rispetti” e derivano dal sanscrito. I saluti indù
sono spesso accompagnati dal gesto di congiungere le mani portandole davanti al
petto.
L’urdu utilizza
spessissimo il saluto arabo assalàm alèkum (la pace sia su di voi), al
quale si risponde normalmente va alèkum assalàm (e su di voi sia la
pace). àdàb arz (con o senza hè) è un saluto molto formale, che
ancora una volta può essere tradotto come “presento i miei rispetti”. Non è
confessionale (nel senso che potrebbe essere utilizzato da persone di religione
non musulmana, a differenza di assalàm alèkum), tuttavia è tipico
dell’urdu più raffinato e usato soprattutto in grandi centri di cultura
islamica come il Kashmir, Lucknow e Hyderabad in India.
Per il commiato, i
musulmani utilizzano molto l’espressione persiana khudà hàfiz,
che significa letteralmente Dio protettore (cioè, Dio ti protegga). Talvolta
viene usata anche l’espressione allàh hàfiz, in cui il termine persiano khudà
è sostituito dall’arabo allàh. I saluti musulmani sono generalmente
accompagnati dal gesto di portare la mano destra alla fronte.
Arrivederci può
essere tradotto anche con phir mileNge (che significa lett.: ci
incontreremo poi), che viene utilizzato invariabilmente da indù, musulmani e
sikh.
Dialogo 4 –
Rivolgersi a una donna
In questo dialogo
Navneet si rivolge a Soniya. Entrambi sono indù e utilizzano espressioni
tipiche dell’hindi. Navneet conosce bene Soniya, che è più giovane di lui, e le
si rivolge “dandole del tu”.
Navneet – namaste jì.
Soniya – namaskàr. kyà hàl
hè?
Navneet – Thìk hè. tum kèsì ho?
Soniya – mèN Thìk hùN,
shukriya.
Vocabolario
namaskàr un’alternativa più formale di
namaste
kèsì ho? come stai? (rivolgendosi ad
una donna in maniera informale)
shukriyà grazie (sia hindi che urdu)
Grammatica
Maschile e
femminile
Hindi e urdu hanno
due generi, come in italiano: maschile e femminile. Non è sempre possibile
stabilire il genere di un sostantivo dalla sua forma (quindi bisogna imparare
tutte le parole nuove insieme al loro genere), ma possiamo già imparare che una
desinenza tipica del maschile è –à, laddove per il femminile troviamo –ì.
Vedremo meglio nelle prossime unità quali sono i meccanismi che regolano queste
desinenze nel verbo e nel sostantivo. Abbiamo già incontrato l’interrogativo
hindi e urdu utilizzato per dire come: si tratta di kèsà. Questa è la
sua forma maschile singolare. Per rivolgerci a un uomo e chiedergli “come
stai?”, usiamo il maschile plurale kèse. Per una donna, usiamo il
plurale kèsì, che non ha una forma plurale distinta.
Il verbo essere
(prima parte)
L’infinito del
verbo in hindi e in urdu è caratterizzato dalla desinenza –nà (proprio
come in italiano abbiamo –are, -ere, e –ire). Il verbo essere è honà. Ne
abbiamo già viste diverse forme. Ricapitoliamole con i rispettivi pronomi
io sono mèN hùN
tu sei/voi siete tum ho
Lei è/voi siete (onorifico) àp
hèN
La forma tum
è un po’ come you in inglese, cioè si usa sia per il singolare, sia per
il plurale. Attenzione, però: anche se plurale è comunque abbastanza
confidenziale. Per “dare del Lei”, si utilizza la forma onorifica àp,
che può essere anche plurale (si può quindi usare per rivolgersi a più persone
in maniera formale).
Dialogo 5 – Qual
è il tuo nome?
Ram e Navneet si
incontrano sul treno e si presentano. Navneet è molto più giovane di Ram e
quindi si rivolge a quest’ultimo utilizzando le forme onorifiche, mentre Ram
parla con Navneet in maniera più confidenziale e informale. Ecco come chiedono
e indicano i rispettivi nomi.
Ram – tumhàrà nàm kyà hè?
Navneet – merà nàm Navneet
hè. òr àp kà nàm kyà hè?
Ram
– merà nàm Ram hè.
Vocabolario
tumhàra tuo, vostro (informale)
nàm nome
merà mio
Dialogo 6 – Presentare
le cose e le persone
Ram e Navneet sono
sempre in treno e durante la loro conversazione si ritrovano a parlare di cose
e persone. Ram viaggia in compagnia del fratello, Mohan, mentre Navneet ha con
sé un libro.
Navneet – ye kòn hèN?
Ram – ye merà chhoTà bhàì hè,
is kà nàm Mohan hè.
Navneet – namaste, Mohan
jì, àp se milkar baRì khushì hùì.
Ram
– batào Navneet, ye kyà
hè?
Navneet
– ye merì kitàb hè.
Vocabolario
ye questo/a; lui/lei
kòn chi
chhoTà piccolo,
in questo caso minore
is
kà suo
khushì (f.) piacere
baRì grande
àp se milkar baRì khushì hùì è stato un
grande piacere conoscerla
batào di’
(imperativo)
kitàb (f.) libro
Note di
pronuncia
La doppia h
Nella trascrizione
usata in questo libro, troverete spesso la sequenza hh. Questo perché
abbiamo scelto di indicare il suono della c palatale o dolce (come
nell’italiano cielo) “all’inglese”, con il ch, come nel nome Charlie,
questo anche perché la forma ufficiale di molti comuni nomi propri indiani, di
persona o di luogo, esprime il suono di c dolce con ch. Come abbiamo visto
precedentemente, però, i suoni consonantici in hindi e in urdu hanno spesso una
versione aspirata (o esplosiva), cioè con uno sbuffo d’aria emesso dopo che
abbiamo pronunciato la consonante. Per indicare questa sequenza particolare (c
dolce e poi lo sbuffo d’aria) abbiamo scelto di scrivere “chh”: siamo
certi che lo riconoscerete e non vi creerà alcuna difficoltà particolare.
Il suono
indicato da R (maiuscola)
Nella nostra
trascrizione, la R maiuscola indica un suono di r retroflessa, cioè
sempre con la punta della lingua rivolta all’indietro rispetto alla posizione
assunta per la pronuncia della r italiana. È un suono molto simile a quello
della r nella pronuncia veneziana o albanese. Ascoltate la traccia
corrispondente oppure fatevi aiutare da un parlante madrelingua per
pronunciarla correttamente.
Dialogo 7 –
oggetti vicini e lontani
Ram e Navneet
continuano a parlare di alcuni oggetti. Navneet chiede a Ram cosa siano due
oggetti. Il primo è l’orologio da polso (ghaRì), l’altro è il cappello (Topì).
Il primo è vicino, il secondo è appoggiato su un sedile più distante.
Navneet
– Ram jì, ye kyà hè?
Ram
– ye merì ghaRì hè.
Navneet
– òr vo kyà hè?
Ram – vo merì Topì hè.
Vocabolario
ghaRì orologio da polso
Topì cappello, berretto
Grammatica
I dimostrativi
In italiano gli
aggettivi o pronomi dimostrativi sono questo, quello, eccetera. In questo
ultimo dialogo abbiamo incontrato il dimostrativo di prossimità ye,
corrispondente all’italiano “questo” e il dimostrativo di lontananza vo,
corrispondente all’italiano quello. ye e vo sono invariabili per
genere, valgono quindi sia per il maschile che per il femminile. Inoltre, a
livello colloquiale, non cambiano neanche al plurale.
Inoltre, come abbiamo
visto nel dialogo 5, quando Ram dice “ye merà chhoTà bhàì hè”, i
dimostrativi si possono usare anche per indicare le persone: traducono quindi
anche il pronome personale di terza persona (singolare e plurale, maschile e
femminile). ye Navneet hè si può tradurre quindi sia come “questo è
Navneet” che come “lui è Navneet”. Anche in italiano, la differenza di
significato è minima.
In hindi formale i
dimostrativi al singolare sono pronunciati yèhè e vèhè, mentre al
plurale si dice ye e ve. In urdu questa distinzione non esiste e la
pronuncia comune corrisponde invariabilmente a ye e vo. Questo è
tipico della lingua colloquiale sia in hindi che in urdu, ma siate pronti a
riconoscere anche le forme alternative tipiche della lingua più corretta dal
punto di vista grammaticale.
La coniugazione
completa del verbo essere
Possiamo finalmente elencare tutti i pronomi personali con le rispettive
forme del verbo essere. Eccole con la traduzione italiana e qualche nota:
io sono mèN
hùN
tu sei tù
hè (molto informale o intimo)*
tum
ho (informale)**
egli/lui è; ella/lei è ye hè
(se la persona è presente o vicina)
vo
hè (se la persona è assente o lontana)
ye
hèN e vo hèN (se vogliamo esprimere rispetto)
Lei è (onorifico) àp hèN
(valido per una o più persone)**
noi siamo ham
hèN
voi siete tum
ho**
essi/esse/loro sono ye hèN
(se le persone sono presenti o vicine)
vo
hèN (se le persone sono assenti o lontane)
* Non cedete alla
tentazione di usare tù, anche se è così simile all’italiano: si tratta
infatti di un pronome talmente informale che potrebbe risultare offensivo.
Limitatevi all’alternanza tum/àp.
** In tutti i casi
ambigui, in cui un pronome può indicare una o più persone, è possibile chiarire
se stiamo parlando di più di un soggetto aggiungendo, dopo il pronome, il
termine log, che letteralmente vuol dire “gente, persone”. Quindi, se tum
può voler dire sia tu, che voi, tum log vorrà dire senz’altro voi. Lo
stesso discorso vale per àp e àp log.
Nessun commento:
Posta un commento