Scripta Nostra

In questo spazio saranno inseriti (visto che questo spazio è, a rigore, un blog) scritti di varia natura, a firma mia o di amici. Troverete articoli, reportage, traduzioni, segnalazioni, il tutto in coerenza con l'intento principale di Tarjuma: promuovere le lingue e le culture straniere e la cultura linguistica in genere.

Enjoy!

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REPORTAGE SULLE NORTHERN AREAS DEL PAKISTAN
Di seguito riproduco un reportage sulle Northern Areas del Pakistan, che avevo scritto nel mese di aprile di qualche anno fa per un periodico italiano sulla montagna. Nell'immagine è possibile ammirare uno scorcio della valle di Hunza.


Visitai Gilgit per la prima volta nell'aprile del 2006. Era il mio primo viaggio in Pakistan. Avevo già lavorato con l'Asia meridionale, ma non con questo paese, unico nel suo genere, nato nel 1947 dalla spartizione dell'India Britannica, sulla base di elaborazioni ideologiche metabolizzate a lungo.

Il Pakistan si sta trasformando rapidamente e molte cose sono cambiate dal mio primo viaggio, anche nelle Northern Areas e a Gilgit. L'identità pakistana è complessa. E ancor più complessa è quella delle Shumali Ilaqajat, termine urdu con cui vengono indicate le splendide aree settentrionali, il cuore trascurato del paese, incastonato fra gli imponenti giganti di roccia che ne caratterizzano il paesaggio.

Gilgit, è il capoluogo amministrativo della regione, e sta crescendo a vista d'occhio. Lo si percepisce chiaramente avvicinandosi via Karakorum Highway al centro abitato: la cornice naturale è la stessa e restano i panorami mozzafiato, ma sempre più ci si accorge della mano dell'uomo. I confini della città si dilatano sempre di più, all'interno dei limiti naturali del territorio.

Qua e là si vedono edifici in cemento armato in costruzione. La tecnologia costruttiva è semplice. Ponteggi e impalcature non sono rassicuranti, eppure gli operai lavorano senza porsi troppi problemi, restando in equilibrio precario. La popolazione cresce e ormai ha abbondantemente superato le 50mila unità. Il visitatore percepisce la presenza umana molto più di un anno fa, anche la sera.

Gli uomini si attardano in strada a parlare e frequentano i ristoranti, con i volti più distesi. Forse è passata la paura degli scontri settari che hanno segnato la vita della città nel 2005, anche se resta una massiccia presenza militare a memento di giorni difficili non troppo lontani.

C'è però la voglia di guardare al futuro e avviarsi verso la modernità. L'attività commerciale è sempre più intensa e i prodotti cinesi che arrivano dal nord si trovano ormai dappertutto a prezzi competitivi. Progetti di sviluppo promossi da organizzazioni internazionali locali contribuiscono al miglioramento della qualità della vita, nella cittadina e nei villaggi limitrofi. E il governo cerca di fare la sua parte con importanti opere pubbliche. Anche l'approvvigionamento di energia elettrica, lungi dal soddisfare il fabbisogno reale della città, è migliorato rispetto allo scorso anno, anche se si continua a sentire, negli alberghi nelle strade, il rumore dei generatori.

E poi c'è l'Università internazionale del Karakorum che segna il paesaggio della città a livello fisico e ne sta influenzando la vita sociale. I lavori nel campus procedono a rilento, ma le piante tutt'intorno agli edifici stanno crescendo e il deserto di roccia che c'era prima si sta trasformando in un'area verde. Sorgono nuovi laboratori, si rinnova la veste delle aule, il patrimonio librario aumenta e congestiona la piccola biblioteca. Gli studenti mostrano un crescente apprezzamento per il giovane ateneo. Ormai sono più di 1200 e le numerose domande di immatricolazione sorprendono persino lo straordinario vice-cancelliere, promotore di gran parte dei risultati raggiunti dall'Università.

Durante le mie visite fra i dipartimenti, ho ritrovato facce vecchie e nuove. La compagine dei docenti si è arricchita di nuovi studiosi provenienti da altre province,e ci sono ancora un paio di professori inglesi, innamorati delle montagne del Pakistan, che per il secondo anno consecutivo si impegnano a dare una veste davvero internazionale all'Università di Gilgit. Insieme a un'amica gemmologa, ho avuto il piacere di selezionare dieci giovani laureati per offrire loro un programma di formazione, presso l'Istituto Gemmologico di Milano. È stata un'esperienza unica: le adesioni sono giunte in maniera massiccia e scegliere è stato difficilissimo. Vedere la speranza negli occhi dei giovani di Gilgit e percepire la soddisfazione nel sorriso dei selezionati è una sensazione indescrivibile. Abbiamo parlato con loro, gli abbiamo stretto la mano, e ci siamo chiesti ingenuamente come si sentiranno a Milano.

Anche le ragazze erano numerose: a differenza dei colleghi uomini vestono in maniera tradizionale, per lo più in shalwar qamiz, il vestito composto da pantaloni ampi, tunica al ginocchio e la tipica dupatta, la sciarpa leggera che avvolge il collo e all'occorrenza funge da velo. I tessuti sono colorati e vivaci e quando la dupatta cade sulle loro spalle, non sempre si ricordano di tirarla sulla testa. Certo, non sono sofisticate come le donne di Islamabad che, in numero sempre maggiore, guidano, vestono in jeans e fumano in pubblico. Ma hanno grinta da vendere le ragazze del nord e tanta voglia d’imparare, conoscere il mondo e lavorare per lo sviluppo della loro terra.

C'è ancora molto da fare a Gilgit, come nelle Northern Areas e nel resto del paese. Eppure sono certo che se gli italiani vedessero quello che i miei occhi hanno visto nel cuore trascurato del Pakistan, resterebbero sorpresi e proverebbero simpatia per quella regione di montagna, a dispetto dell'immagine austera e poco rassicurante che la stampa internazionale ci mostra, quando si ricorda dell'esistenza di uno dei paesi islamici più grandi dell'Asia.

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